Non è un caso se non facciamo più figli. È il risultato di messaggi martellati per decenni, che vi elenco adesso. E il più inquietante è il ventunesimo, perché fa paura anche a chi un figlio lo vorrebbe eccome.
Ieri vi ho mostrato quattro Paesi che dimostrano una cosa sola: la denatalità non si combatte solo coi soldi, ma soprattutto ricostruendo la fiducia nel futuro e il valore della famiglia. Oggi vi mostro CONTRO cosa dobbiamo combattere.
Perché quella fiducia non è sparita da sola. È stata smontata, pezzo per pezzo. Ecco i muri culturali che uno Stato serio dovrebbe abbattere, uno per uno.
La bufala della sovrappopolazione. È la madre di tutte le menzogne, ripetuta ogni giorno da decenni: siamo troppi, il pianeta scoppia, ogni bambino è una condanna per il clima. Ma guardate i numeri invece degli slogan. L’Italia ha circa 200 abitanti per chilometro quadrato. Israele ne ha più del doppio, oltre 430, ammassati in un fazzoletto di terra mezzo desertico, circondati da nemici, sotto la minaccia costante dei razzi. E fa quasi TRE figli per donna. La Russia, all’opposto, ha 9 abitanti per chilometro quadrato, ventidue volte meno dell’Italia, spazio sterminato, e la natalità che arranca. Il Paese stipato e sotto assedio scoppia di bambini, quello immenso e vuoto no. Se fosse davvero questione di spazio, sarebbe il contrario esatto.
E poi c’è il dato che i profeti della sovrappopolazione non vi dicono mai: la corsa è GIÀ finita. Le nascite mondiali hanno già iniziato a scendere. La fecondità è sotto la soglia di sostituzione in ogni continente tranne uno: l’Africa. Le stesse proiezioni ONU prevedono il picco della popolazione mondiale intorno al 2080, e poi il declino; e a ogni aggiornamento quelle previsioni vengono riviste al ribasso, perché il crollo delle nascite va più veloce del previsto. Non stiamo andando verso il pianeta che scoppia: stiamo andando verso il pianeta che invecchia e si svuota.
E qui i numeri diventano imbarazzanti per chi predica la decrescita a casa nostra: in Africa nascono circa 45 milioni di bambini all’anno. In tutta l’Europa, Russia compresa, circa 7 milioni. In Africa, in 10 anni, nasce la popolazione dell’intera UE. Mentre ogni bambino europeo in meno è una goccia in un oceano che cresce altrove. Combattere la sovrappopolazione mondiale con la denatalità europea è come combattere il cambiamento climatico coi tappi attaccati alle bottiglie: un sacrificio inutile imposto a chi non è il problema, per sentirsi a posto con la coscienza. La verità è semplice: quanti figli fai non dipende da quanti metri quadri hai intorno, né salva il pianeta. Dipende da quanto futuro vedi davanti. Noi non stiamo soffocando per il troppo. Stiamo sparendo.
Il doomerismo generalista. “Non è un mondo in cui mettere al mondo figli”. La frase la conoscete tutti, e viene ripetuta come saggezza: guerre, crisi, clima, “poveri bambini, cosa gli lasciamo”. Ma fermatevi un secondo: i nostri bisnonni facevano figli tra due guerre mondiali, la fame e la malaria. I figli del baby boom sono nati sotto la minaccia atomica. Non è mai esistito un momento “giusto” per fare figli, e mai ne esisterà uno. La differenza è che le generazioni precedenti vedevano nei figli la risposta ai tempi bui (il motivo per ricostruire) mentre a noi hanno insegnato a vederli come vittime dei tempi bui. Stesso mondo difficile, conclusione opposta. Perché il problema non è mai stato il mondo. È lo sguardo.
L’esperimento dei topi spacciato per profezia. Ogni volta che si parla di denatalità, spunta il tuttologo che cita “Universo 25”, l’esperimento di Calhoun tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70: una colonia di topi che, in abbondanza di cibo e spazio, smise di riprodursi fino a estinguersi. “Ecco, è tutto spiegato, è il destino ineluttabile delle società ricche.” Peccato che sia una gigantesca forzatura. Quello era uno studio su TOPI, chiusi in una gabbia, in condizioni artificiali che nulla hanno a che vedere con una società umana libera, capace di scegliere, di cambiare, di darsi valori e scopi. Non è mai stata dimostrata alcuna correlazione scientifica tra quei roditori e l’uomo. Ma la citano lo stesso, con l’aria di chi ha capito tutto, perché serve a una cosa sola: convincerti che il declino è inevitabile, scritto nella biologia, e che quindi è inutile combatterlo. È l’alibi perfetto per non fare niente. Noi non siamo topi in una scatola. Siamo gli unici animali che possono decidere il proprio destino, se solo smettono di farsi raccontare che non possono.
La guerra tra i sessi. Lo Stato prende i vostri soldi e li versa a chi cosparge tutto di benzina per poi darle fuoco. Parlo delle transfemministe per cui l’uomo, in quanto uomo, è la radice di ogni male: vedono il patriarcato dietro ogni angolo, la “mascolinità tossica” in ogni gesto maschile, e trattano il maschio come un difetto da correggere, un essere da “decostruire” e rieducare fin dall’asilo. Ora ditemi voi: in un clima in cui a un bambino si insegna che essere maschio è una colpa da espiare, e a una bambina che ogni uomo è un potenziale nemico, come dovrebbero incontrarsi, fidarsi e mettere su famiglia da adulti? Non stai crescendo futuri genitori. Stai crescendo due eserciti contrapposti.
L’ideologia gender nelle scuole. Non contenti di dividere maschi e femmine, arriva chi vuole convincerli, fin dall’asilo, che maschi e femmine nemmeno esistono davvero. Che il tuo corpo non dice niente di te, che sei nato in un genere per sbaglio e puoi sceglierne uno tra decine, come da un menù. Prendi bambini di quattro anni, che stanno appena capendo chi sono, e li getti nel dubbio più profondo che esista, quello sulla propria identità di base. Poi ci stupiamo che a trent’anni siano fragili, confusi e terrorizzati all’idea di costruire qualcosa di stabile come una famiglia. Prima li disorienti da piccoli, poi ti chiedi perché da grandi non sanno mettere radici.
Propaganda LGBTecc. Negli Stati Uniti, oltre il 20% della Generazione Z si identifica come LGBTecc, contro il 2-3% dei nonni: un cambiamento sociale di questa velocità non si era mai visto. E si stima che potrebbero arrivare al 30% nei prossimi anni. Attenzione: il punto demografico non è l’orientamento in sé, ma la cultura che ci sta dietro. A un’intera generazione è stato insegnato che il compito centrale della giovinezza non è più COSTRUIRE (un legame, una famiglia, un futuro con qualcuno), ma esplorare se stessi: definirsi, ridefinirsi, cercare l’etichetta giusta, il pronome giusto, e poi magari cambiare tutto. L’identità è diventata un progetto a tempo pieno che non finisce mai. E chi è impegnato a vita nel cantiere di se stesso non arriva mai al cantiere successivo: quello di una famiglia. Non servono nemici per non fare figli, basta una cultura che ti tiene per vent’anni davanti allo specchio a chiederti chi sei, invece di chiederti con chi vuoi costruire e per chi vuoi esserci. Le generazioni che hanno riempito le culle non erano più sicure di sé della nostra. Semplicemente, la risposta alla domanda “chi sono?” la trovavano costruendo, non cercando.
La sfiducia reciproca. Si è rotto il patto tra uomo e donna. Oggi si arriva all’incontro già armati, con la lista delle pretese in mano e la diffidenza negli occhi. Lui teme di essere spennato o accusato, lei teme di essere usata o tradita. Tutti vogliono ricevere, nessuno è disposto a dare per primo. Ma una famiglia si fonda sull’esatto contrario: sul fidarsi, sul donarsi, sull’accettare di perdere qualcosa di sé per costruire qualcosa di più grande in due. Se insegni a un’intera generazione a difendersi dall’altro sesso invece che ad affidarsi, le stai togliendo l’ingrediente base senza cui nessuna famiglia nasce.
Il matrimonio come trappola. Prima di non fare figli, questa generazione ha smesso di sposarsi, e nessuno si chiede perché. Ve lo dico io: perché il patto è stato rotto anche dal lato legale. Un uomo oggi vede il matrimonio come una roulette russa con una pistola completamente carica, per cui perdere casa, stipendio e figli è solo una questione di tempo; una donna lo vede come un rischio di ritrovarsi sola con tutto il carico e senza soldi. Il divorzio è diventato l’orizzonte atteso, non l’eccezione: entriamo nelle relazioni con la paura che poi diventa quasi una certezza sul fatto che tutto finirà male. Ma nessuno costruisce una casa su un terreno che dà per scomparso. E i figli, quelli amati, nascono dentro i progetti che si credono per sempre.
Il mercato infinito degli incontri. Le app di incontri hanno trasformato l’amore in un catalogo: c’è sempre un profilo in più da scorrere, un’alternativa possibile, un “meglio” dietro l’angolo. E davanti a una scelta infinita, l’essere umano non sceglie: rimanda. Perché impegnarsi con una persona quando l’algoritmo te ne promette mille? Solo che una famiglia nasce dall’esatto contrario del catalogo: dal chiudere il menù e dire “tu”. Una generazione addestrata a non scegliere mai definitivamente un partner non sceglierà mai definitivamente nemmeno un figlio.
Il figlio rimandato ai quarant’anni. “C’è tempo: prima la laurea, poi il posto fisso, poi la casa, poi qualche viaggio, poi ne parliamo.” E intanto il tempo passa, la fertilità cala, e ci si ritrova a rincorrere il primo figlio in clinica a colpi di provette. Ma c’è un problema ancora più profondo del calo biologico: quando hai vissuto vent’anni pensando solo a te stesso, con i tuoi ritmi, i tuoi spazi, le tue abitudini cementate, l’idea stessa di stravolgere tutto per un partner e per dei figli diventa quasi insostenibile. Più aspetti, più diventi rigido, più il “NOI” ti sembra una minaccia all’ “IO”. Non è solo che a quarant’anni è più difficile fare figli. È che a quarant’anni è più difficile diventare il tipo di persona che li vuole.
La carriera come religione. Ci hanno insegnato che il valore di una persona è il suo lavoro: sei quello che produci, quello che guadagni, il titolo sulla firma delle mail. La domanda “che lavoro fai?” è diventata “chi sei?”. E in una religione così, il figlio è eresia: ti rallenta, ti toglie ore, ti fa “sparire” dal mercato per un anno. Non è un caso che si parli di “costo-opportunità” dei figli, come se fossero un investimento sbagliato. Quando il lavoro è il senso della vita, la vita che nasce diventa un ostacolo al senso. Le società che hanno divinizzato la produttività (Corea, Giappone) sono esattamente quelle che stanno morendo per prime. La dea “Carriera” non ha nipoti.
Il genitore perfetto o niente. Ci hanno convinti che per fare un figlio serva la perfezione: la casa giusta, il lavoro giusto, il quartiere giusto, e poi corsi di inglese, nuoto, psicomotricità, la scuola migliore, l’attenzione totale ventiquattr’ore su ventiquattro. I nostri nonni crescevano cinque figli con quello che c’era; oggi ti fanno sentire un irresponsabile se ne metti al mondo uno senza avergli già garantito tutto. Hanno alzato l’asticella della genitorialità fino a renderla un esame che nessuno si sente all’altezza di superare. E chi teme di non poter essere un genitore perfetto, sceglie di non essere genitore affatto. Ma i figli non hanno bisogno di genitori perfetti. Hanno bisogno di genitori che li amino. Punto.
Il cane al posto del figlio. Ci hanno convinti che un animale sia perfino meglio di una persona, perché “ti ama e basta, senza chiederti niente”. Passeggini per cani, feste di compleanno per cani, “siamo mammina e papino DI UN CANE” e ormai in alcune città ci sono più veterinari che pediatri. Ma è proprio lì il trucco: hanno venduto come amore superiore quello che è amore comodo. Un affetto che non ti mette mai in crisi, non ti tiene sveglio la notte per le sue scelte, non ti sfida a diventare migliore. Un figlio invece ti cambia, ti costringe a crescere. E una società che ti insegna a preferire ciò che non ti chiede nulla, ti sta insegnando a non crescere mai.
La scomparsa del villaggio. I nostri nonni crescevano i figli dentro una rete: la nonna al piano di sopra, la zia dirimpetto, i cugini in cortile, la vicina che teneva d’occhio tutti. Oggi una coppia cresce un figlio da sola, in un appartamento, a centinaia di chilometri dai genitori, con l’asilo che chiude alle quattro. Non è cambiato solo il costo dei figli: è sparita la squadra. E in più c’è un effetto che nessuno calcola: chi cresce senza fratelli, senza cugini, senza bambini intorno, arriva a trent’anni senza aver mai tenuto in braccio un neonato. Non impari a desiderare ciò che non hai mai visto. La denatalità genera denatalità: è un’eredità che si trasmette in negativo.
La città senza bambini. Ristoranti “child-free” esibiti con orgoglio, vicini che chiamano i vigili per un pallone in cortile, sguardi assassini sull’aereo, hotel “solo adulti” venduti come paradiso. Il bambino, nello spazio pubblico, è passato da benedizione a disturbo. E le città sono costruite di conseguenza: bilocali, niente cortili, parchi recintati, strade dove non si può giocare. Quando una società progetta i suoi spazi come se i bambini non esistessero, sta dicendo ad alta voce che preferirebbe che non esistessero. E i giovani, il messaggio, lo ricevono forte e chiaro.
“I figli sono una scelta tua”. È la frase-simbolo dell’egoismo travestito da equità: perché io dovrei pagare i tuoi figli con le mie tasse? Perché tu hai i congedi e io no? Come se i figli degli altri fossero un hobby privato e non le persone che pagheranno le pensioni (letteralmente), cureranno i malati e manderanno avanti il Paese di TUTTI, inclusi quelli che figli non ne hanno voluti. Una società che tratta le famiglie come approfittatrici invece che come benefattrici ha capovolto la realtà contabile: ogni bambino è un contribuente futuro che i genitori crescono a spese proprie a beneficio di tutti. Il vero “scrocco” è invecchiare in un Paese dove i figli li hanno fatti gli altri.
La maternità raccontata come incubo. Aprite i social: la gravidanza è un elenco di sintomi atroci, il parto un trauma da sopravvissute, il primo anno un inferno di notti insonni raccontato con l’estetica del reduce di guerra. Il racconto onesto della fatica è sacrosanto; ma da anni circola SOLO quello. La gioia è sparita dal racconto pubblico, come se dire “essere madre è la cosa più bella che ho fatto” fosse diventato imbarazzante, reazionario, da boomer. Una ragazza di vent’anni oggi ha visto mille video sul lato oscuro della maternità e nessuno sul suo splendore. Poi ci stupiamo se ha paura.
La svalutazione della madre. A una donna che sceglie di dedicarsi alla famiglia oggi viene fatto sentire di aver fallito, di essersi sottomessa, di aver sprecato il suo potenziale. “Solo casalinga”, con quel “solo” che diventa come una condanna. Mentre il modello vincente è diventato la donna con la carriera lanciata e la casa silenziosa. Hanno preso il gesto più creativo e potente che esista, dare la vita e crescerla, e l’hanno trasformato in un ripiego da nascondere. Poi ci chiediamo perché tante ragazze non vogliano neanche avvicinarsi a quel ruolo.
Il padre ridicolizzato. Accendete la TV e guardate le pubblicità: il padre è sempre l’imbranato che brucia la cena, sbaglia il pannolino e viene salvato dalla moglie con un sospiro. Nei film è assente, immaturo, coglione o da rieducare. Da decenni la figura paterna viene sistematicamente presentata come superflua o comica: al meglio un aiutante maldestro della madre, mai una colonna. E poi ci chiediamo perché i ragazzi non si vedano padri: nessuno gli ha mai mostrato che esserlo sia qualcosa di grande. A una generazione di maschi è stato tolto il modello prima ancora del desiderio, e nessun ragazzo sogna di fare il coglione di turno da grande.
La menzogna sull’utero in affitto. Ce lo raccontano come “due papà che hanno avuto un bambino”, una favola tenera. Ma dietro la favola c’è un mercato: somme enormi, donne del terzo mondo affittate come incubatrici, cataloghi per ordinare occhi e capelli su misura, contratti con clausole di risarcimento se il “prodotto” nasce difettoso (ne ho parlato in uno dei precedenti post), e un neonato staccato dalla madre che l’ha portato in grembo per nove mesi, cosa che oggi consideriamo crudele persino con gli animali da allevamento. Quando una società impara a chiamare “amore” anche questo, ha perso la bussola su cosa sia davvero un figlio. E per promuovere questa menzogna nasce il successivo punto…
Il clima orwelliano. E questo è il più insidioso, perché colpisce anche chi il buon senso non l’ha perso. Immaginate una giovane coppia che un figlio lo vorrebbe, e che la pensa come la maggioranza silenziosa: che un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà, che certe cose all’asilo non si insegnano, che il corpo di una donna non è merce da affittare. Bene. Oggi questa coppia, guardandosi intorno, comincia ad avere paura. Perché vede cosa succede altrove. In Germania dei genitori sono stati multati e persino incarcerati perché non mandavano i figli alle lezioni di educazione sessuale dove si insegna ai bambini che possono essere queer. Nei Paesi del Nord Europa esistono servizi sociali che allontanano i bambini dalle famiglie con una discrezionalità tale che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Norvegia decine di volte per questi allontanamenti.
E allora nella testa di quella coppia si insinua il pensiero più gelido di tutti: “se lo faccio, e poi lo cresco secondo i miei valori, sono davvero libero? O rischio che me lo portino via, o che venga rieducato contro la mia volontà, solo perché non mi allineo?”.
Pensate che colpo da maestro: il sistema, dopo aver reso il figlio un costo, un intralcio, una colpa verso il pianeta, adesso lo rende pure un rischio. Non solo devi trovare i soldi, il tempo, il coraggio di andare controcorrente. Devi anche mettere in conto che quel figlio, un domani, lo Stato potrebbe sentirsi in diritto di plasmarlo al posto tuo, o di contestarti le tue idee sulla sua educazione. E davanti a questa paura, tanta gente perbene fa l’unica cosa che le resta: rinuncia in partenza. Perché un figlio che rischi di non poter crescere secondo coscienza, fa più paura che non averlo affatto.
Il doppio standard sulla vita. La stessa cultura che chiama “grumo di cellule” o “feto” (da abortire tranquillamente) un bambino di dodici settimane nel grembo, con tanto di cuore che batte, andrebbe in visibilio se trovasse una singola muffa o una singola cellula viva su Marte, gridando “C’È VITA NELL’UNIVERSO!”. Come mai cercano disperatamente la vita sotto qualsiasi forma a milioni di chilometri e la negano dentro una pancia?
L’aborto venduto come una passeggiata. Ce lo raccontano come una scelta leggera, un diritto qualunque, quasi un gesto di libertà da rivendicare con orgoglio, “il mio corpo, la mia scelta”, stampato sulle magliette. Ma togliere la vita a ciò che sta per diventare una persona non è mai una cosa semplice né innocente, e ogni donna che ci è passata davvero lo sa. Non sto parlando di legge, sto parlando di racconto: quando insegni a un’intera generazione che interrompere una gravidanza è come prendersi uno spritz, stai anche insegnando, implicitamente, che una vita che nasce vale poco e toglierla può essere pure un gesto di emancipazione, di orgoglio. E chi cresce convinto che una vita valga poco, difficilmente sentirà il desiderio ardente di darne una al mondo. Il modo in cui una società esibisce l’aborto come un diritto fantastico e quasi un’esperienza da fare, è lo specchio di quanto valore dà, o non dà, alla vita in generale.
Amici, questi non sono problemi separati. Sono un unico messaggio, ripetuto ogni giorno da decenni: fare figli è un peso, un rischio, quasi una colpa. E poi ci stupiamo che nessuno li faccia.
Uno Stato serio farebbe l’esatto contrario, con la stessa costanza e le stesse energie, per i prossimi vent’anni: ricostruire il valore e il prestigio della famiglia. Nella scuola, nella comunicazione pubblica, nella sicurezza delle città, nella sanità che funziona. Nel messaggio quotidiano che la famiglia è l’istituto sociale più importante che esista: il luogo dove sei accolto, dove cresci condividendo, dove ti prendi cura di chi a suo tempo si è preso cura di te. Dove ci sono le tue radici, la tua identità, e dove saranno le radici e l’identità di chi verrà dopo di te.
Ecco perché la mia proposta ha due gambe. I 1.500 euro per ogni figlio nei primi 3 anni (e solo ai cittadini italiani), sono la gamba economica: abbattono il muro dei soldi, che oggi in Italia è il più alto ed è il primo da abbattere, perché toglie l’ultimo alibi a chi un figlio lo vorrebbe ma ha paura di non farcela. Ma la seconda gamba è ricostruire tutta quella fiducia nel futuro che vi ho appena elencato al contrario, giorno dopo giorno, con la stessa serietà.
I soldi non creano il desiderio di un figlio. Ma tolgono la paura a chi quel desiderio ce l’ha già, sepolto sotto decenni di messaggi che gli hanno detto di vergognarsene.
Un Paese che cammina su una gamba sola non va da nessuna parte. E oggi l’Italia non è nemmeno ferma: con quella seconda gamba sta camminando all’indietro.
P.S. Ovviamente non è una lista completa, è solo un insieme di argomenti che mi sono venuti in mente mentre scrivevo gli altri post (tra l’altro, alcuni suggeriti da voi nei commenti!). Se avete altri esempi di muri culturali, aggiornerò volentieri questa lista. Vi leggo sempre, amici, lo sapete ![]()
Post di Franca Errani
